Se fate i ficosi rischiate una labbrata! Il gergo toscano più caratteristico.

Vittoria Ricci

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Ti do una labbrata!: tipica frase che un figlio, in Toscana, si sente ripetere dalle 10 alle 10 mila volte (in base al livello di irrequietezza)  tra l’età bambina e l’adolescenza.

Questo termine è la nostra versione di sberla, ceffone, schiaffo… Labbrata deriva da labbro: con l’aggiunta del suffisso si forma un termine che originariamente significa “botta sulle labbra”; un po’ come testata, da testa, che significa “battere la testa”. Il significato si è ampliato e con labbrata si indica una botta che non necessariamente finisce sulle labbra, ma di sicuro mira al volto. La mossa più sicura, se sentite qualcuno minacciare labbrate è quindi darsela a gambe!

Avete presente l’aria ghiacciata del mattino d’inverno, che ricopre la strada e gli oggetti di un velo brillante di ghiaccio? Ecco, dimenticate la poesia, in toscana si parla di diacciata. È un termine molto usato in campagna, ma che tutti poi conoscono. Si potrebbe pensare che diaccio (per ghiaccio) e diacciata (per ghiacciata) non siano altro che piccole trasformazioni che le parole subiscono nel nostro dialetto, uscendone un po’ semplificate e storpiate. Vi dirò che queste parole in realtà hanno una storia etimologica decisamente più nobile di quanto si possa pensare.

Nel linguaggio della mineralogia infatti il diaccio è una macchia color ghiaccio caratteristica di alcune pietre come i marmi, proprio da qui sembra essersi originato l’uso toscano del termine per indicare appunto qualcosa di freddo come il ghiaccio, come il marmo.

Se c’è qualcuno che patisce il diaccio e non solo è di sicuro il ficoso.

Lo conoscete? È quello che appena si rompe un’unghia si sdraia con un fazzoletto bagnato in testa e il telefono vicino per chiamare soccorsi; quello che se trova un moscerino nell’insalata butta via tutto il cesto, il frigo e il contadino; quello che “no c’è vento, non esco, magari mi ammalo”. Come lo chiamate voi? Rompiscatole? Ipocondriaco? Schizzinoso? Svenevole? Il termine ficoso è esattamente il cocktail di queste parole. Come possiamo intuire, il termine deriva da fico, il frutto, quello talmente dolce da essere stucchevole e stancare il gusto; questo infatti è esattamente l’effetto che ottiene anche il nostro amico rompiscatole e schizzinoso: stucca e stanca.

Gli sfavati

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Perciò non fate gli smorfiosi, a noi in Toscana non ci garbano davvero! E non ci piacciono molto neanche gli sfavati, quelli apatici, che non hanno voglia di fare nulla.

Questo termine ha un’origine molto incerta. Secondo alcune fonti, la parola affonda le proprie origini negli scrutini di un tempo, fatti con le fave o altri cibi, in particolare frutti secchi. Nelle antiche elezioni cittadine, erano utilizzate proprio le fave per contare i voti e decretare il vincitore; con la s privativa, il termine sfavato indica  colui che è senza fave, lo sconfitto. Sarà per la delusione e per l’amarezza che lo sfavato è privo di voglia di fare, un po’ indifferente e spento. Da qui il termine viene quindi utilizzato per indicare le persone affette da un po’ di apatia e disinteresse, speriamo sempre solo momentanei!

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Vittoria Ricci