Espressioni toscane: perché si dice “buhaioli” o “garbare”

Vittoria Ricci

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“Oh buhaiolo!”: non ditemi che non avete mai sentito qualcuno esclamare così ad un amico.

Perché noi in Toscana ci vogliamo bene ma non ci risparmiamo certo qualche appellativo poco ortodosso, sempre con simpatia. Il termine buhaiolo ha assunto nel tempo una connotazione diversa diventando sinonimo di buho, termine dialettale per omosessuale. Sapete meglio di me che non è un termine offensivo ma piuttosto scherzoso, usato tra amici con ironia.

Andiamo a rispolverare l’origine di questo termine: spostiamoci a San Lorenzo, nel cuore di Firenze, tra i banchi, i colori e l’odore delle pelli. In questo antico mercato molte bancarelle erano poste sotto il livello stradale, incavate, per questo erano chiamate buhe e i commercianti buhaioli. Sembra che questo termine fosse usato dai venditori di cibo che all’ora di pranzo passavano tra i banchi del mercato e richiamavano l’attenzione dei mercanti al grido di “Buhaioli c’è le paste”.

A onor di cronaca devo però citare anche un’altra ipotesi secondo la quale con il termine buhaioli erano chiamati i renaioli, coloro che raccoglievano le sabbie dall’Arno per uso edile. Nel letto del fiume, durante i periodi di secca, si formavano delle buche e da qui il termine buhaioli per indicare coloro che le scavavano.

A noi in Toscana le cose ci garbano!

In Toscana c’è un verbo che usiamo molto e del quale non riusciamo a capacitarci come possano fare a meno tutti i non-toscani: garbare. Perché a noi in Toscana le cose non ci piacciono, ci garbano proprio! A volte ci garbano addirittura da morì! Per scoprire l’origine di questa parola dobbiamo ripercorrere Via della Condotta, a Firenze in una passeggiata a ritroso fino al 1200, al tempo delle corporazioni delle arti e dei mestieri, quando il nome della via era Via del Garbo e proprio qui si trovavano le più belle botteghe di tessuti di lana.

Con il termine garbo venivano indicati proprio i pregiati capi di lana, per estensione la parola si utilizzava per indicare tutto ciò che era bello; dal nome si coniò il verbo che oggi è indispensabile nel nostro linguaggio, perché ha una verve che il verbo piacere proprio non ha.

Essere senza il becco di un quattrino

Ma se siamo senza il becco di un quattrino in Via del Garbo non ci andavamo di sicuro! Essere senza il becco di un quattrino significa infatti essere al verde: i quattrini erano monete, di poco valore, utilizzate nell’Italia preunitaria. Con il termine becco l’espressione è rafforzata: secondo alcune ricostruzioni, questa parola indicava il rostro della nave rappresentato sulle monete di rame in epoca romana, distinguendo quindi le monete di minor valore in assoluto.

Interpretando così il termine becco, essere senza il becco di un quattrino significa non avere proprio nulla, essere con le tasche vuote! Ma secondo alcune ricostruzioni il termine becco, che in Toscana è anche sinonimo di cornuto, si riferisce proprio ad un marito cornificato; secondo questa interpretazione, essere senza il becco di un quattrino significa non avere nessun soldo, neanche di ambigua provenienza. Come per molte espressioni, le origini possono essere molteplici, soprattutto dato che questi nostri modi di dire si tramandano a voce di generazione in generazione da secoli e come si sa, verba volant!

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Vittoria Ricci