Da Arezzo a Modena (City Ramblers). Intervista a Francesco Moneti

Francesca Capaccioli

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L’incontro con Francesco Moneti inizia prima di tutto scavando nei ricordi della mia adolescenza di provincia, non solo perché ci conosciamo fin dai tempi del liceo, ma anche perché ci siamo dati un appuntamento nello storico “Caffè Dei Costanti” in Piazza San Francesco, ad Arezzo, che per noi studenti era sosta obbligata.

Per descrivere Francesco bisognerebbe ascoltarlo, perché è la sua musica dolce, metal, virtuosa a raccontarci di lui e rivedendolo oggi dopo tanti anni è sempre lo stesso, la voglia di viaggiare per il mondo con la sua chitarra a tracolla, la voglia di raccontare delle storie, di suonare l’assoluto ancora non gli è passata.

1) Come stai?

“Bene, ritornare ad Arezzo, vedere l Arno mi ritempra e mi salva dal cattivo umore. Ritornare alle origini è la mia cura”.

2)Ti capisco, c’è una bella energia, si respira bene dentro la selva sull’argine… e  cosa fai?

“Da qualche anno ho acquistato una canoa e quando torno a casa navigo spesso, anche per mezza giornata. Con pochi colpi di remo mi ritrovo in scenari meravigliosi, intatti, sembrano quei luoghi ameni che fanno da sfondo ai dipinti quattrocenteschi. Immagina che sono completamente solo in questo paesaggio che racchiude in sé qualche cosa di magico, di rilassante e lì stacco veramente da tutto, il tempo si dilata. È tutta l’energia che proviene dalla natura che mi cura, è vibrazione, è musica. Tutto ha un suono, è un mormorio che nasce da se stesso e io dentro questo mormorio ci sono cresciuto ed è dentro di me, forse una delle prime melodie che ho sentito… in questa armonia mi sento, come dice Ungaretti, “una docile fibra dell’universo”. 

ganza!

3) Mentre venivo da te ripensavo al tempo della scuola, a quando organizzavamo le assemblee d’Istituto, arrivavi tu con la tua chitarra elettrica e nel silenzioso Chiostro seicentesco del Seminario facevi esplodere in cielo la tua musica potente, suonando brani dei Clash, dei Queen, dei Kiss e come per incanto le assemblee diventavano concerti! Che tempi meravigliosi… si può dire che hai iniziato da “ragazzo” a scaldare muscoli e strumenti?

“Ah ah ah … che bei tempi, che ricordi! Sì, era proprio in quel periodo che ho iniziato ad avere le mie prime esperienze. Premetto però che in casa mia era più facile inciampare su uno strumento che in un pallone. Il mio babbo, come sai, suonava e suona tuttora e quindi fin da piccolo cercavo di far funzionare quegli strani “giocattoli” che vedevo quotidianamente. Detto questo, da “ragazzo” con Pau e Cesare dei “Negrita” avevamo una nostra band, ci chiamavamo “Gli Inudibili” e con loro ho iniziato a scaldare i muscoli e a suonare in giro”. 

4) Suoni da anni con i “Modena City Ramblers” e “La Casa del Vento”, ma parallelamente ti sei avvalso della collaborazione di eccellenti musicisti e artisti, raccontaci…

“A volte mi guardo indietro e mi sembra impossibile di aver suonato così tanto, viaggiato così tanto e di aver collaborato ed esser stato scelto da artisti così bravi. Ho suonato nella colonna sonora del film “Gangs of New York“, il kolossal di Martin Scorsese, in cui ho anche svolto una piccola parte: come puoi immaginare si è trattato di un’esperienza stimolante e divertente. Ero ogni giorno nel set con Leonardo Di Caprio, Cameron Diaz e Daniel Day Lewis. Con quest’ultimo, inoltre, dividevamo la passione per la boxe e nelle pause del film parlavamo di Prince Naseem Hamed, all’epoca campione dei pesi piuma, che faceva impazzire entrambi!

Un’altra esperienza risale a circa un anno fa, quando assieme alla Casa del Vento abbiamo accompagnato Patti Smith ad un concerto a Milano. È stato incredibile suonare dei brani che sono dei tasselli fondamentali della storia del rock con l’icona femminile rock per antonomasia, nel ricordare questa esperienza fondamentale mi emoziono ancora. Patti Smith è l’antidiva per eccellenza, è sempre sorridente e ti riempie di complimenti per come suoni, è davvero una grande artista. Ho suonato poi con Goran Bregovic, Phil Manzanera dei Roxy Music, Francesco Guccini, Omar Pedrini, Paolo Benvegnù e anche altri musicisti meno famosi ma sempre dei grandi professionisti… ah, ultimamente sono stato ospite dei Sonohra all Arena di Verona, una bella esperienza anche quella”. 

5) In tutti questi anni la tua musica ha innegabilmente subito un’evoluzione nel metodo, nella tonalità e nella coloritura. Qual è oggi il tuo stile musicale? Da dove ti viene l’illuminazione quando devi comporre un brano?

“All’inizio ero un clone dei musicisti che mi piacevano. Credo che questo sia il percorso di tanti, si emulano i più bravi, si “vampirizzano” gli stili e poi si cerca di formare una personalità. Da ragazzo ero molto selettivo con gli ascolti, è un atteggiamento che spesso i musicisti giovani hanno, forse anche per crearsi delle certezze tout court.  Io sono curioso e collaboro con molti artisti, mi piace vedere come si plasma il mio modo di suonare ma anche di stare sul palco o di vestirmi a seconda del progetto in cui sono coinvolto, pur restando sempre fedele a me stesso e al mio playing e imparo tante cose, non solo musicali.

Mi piace confrontarmi con esperienze diverse, potrei suonare con lo stesso entusiasmo il venerdì in un Palazzetto, il sabato in un Teatro, e la domenica in una pizzeria con un impianto scadente, sempre divertendomi come un matto. E i nuovi stimoli, per quanto mi riguarda, spesso li colgo negli artisti di strada, ho sempre l’orecchio aperto quando sono in giro, da un grappolo di note potrei sviluppare un nuovo brano, per esempio cammino e sento una melodia, oppure suoni che provengono dalle cose come il sibilo di un cancello che si apre, il rumore della metro che si allontana, recepisco e, per così dire, “deglutisco” queste esperienze sonore e le trasformo in musica: è abbastanza metafisica come esperienza e difficile da spiegare, ne sono consapevole, ma è cosi che mi illumino. Di base sono un metallaro acustico”. 

6) Quanto pensi di essere cambiato come musicista e come persona? Guardandoti alle spalle, c’è qualche cosa che avresti voluto realizzare in forma migliore? Hai qualche rimpianto?

“Il mio modo di suonare è cambiato negli anni. Come musicista diciamo che prima la parte narcisistica spesso occupava un ruolo primario nelle mie performance e tendevo molto a mettermi in mostra, adesso suono più “al servizio” del brano. Anche come persona sono inevitabilmente cambiato, ho la sindrome di Peter Pan, però negli anni è comparsa una vena malinconica. Sono un Peter Pan malinconico, ecco! In generale sono soddisfatto delle cose che ho fatto e che sto facendo, alcune col senno di poi le cambierei o le farei diversamente, ma perderebbero la poesia con cui sono state concepite al momento.

Magari ascoltandole adesso ci sono delle session che possono sembrarmi più ingenue e primitive, ma rappresentano il Fry nei suoi 20, nei suoi 25, nei suoi 30 anni ecc. e son quelle che ho potuto e voluto fare nelle varie tranches di vita. Sul piano personale accade nel mio lavoro di vedere più volte un promoter di cui personalmente non mi importa nulla, rispetto ad un amico con cui sono cresciuto. Mi è capitato di fare dei tour con dei tecnici che vedevo letteralmente 24 ore su 24 per dei mesi, tecnici che poi a fine tour sparivano per altri lavori senza magari salutarti, anche solo con un sms sul telefono, e magari ti sei perso compleanni o matrimoni di amici… Diciamo che se potessi fare qualche giro nel Tardis, la macchina del tempo della serie tv del “Doctor Who “ cambierei molte cose”.

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7) Quanti strumenti suoni?

“Suono Violino, Chitarra elettrica, Mandolino, Banjo, Bouzouki, Ukulele,  Mandola, Salterio ad arco, kemenche e  il Saz, che sarebbe la chitarra saracena”.

8) Wow! Già a sentirteli pronunciare per nome uno ad uno, questi strumenti hanno un suono ancestrale, sento le vibrazioni espandersi! Qual è il primo brano che hai suonato quando eri il giovane Fry?

“Il primo brano che ho suonato con il violino è stato “Wiskey Before Breakfast” un brano tradizionale americano, materiale tramandato oralmente, di cui è difficile stabilire l’autore, pare fosse tale Norman Blake. Con la chitarra invece è stato “I Was  Made for lovin’ you” dei Kiss”.

9) Cosa provi quando suoni?

“Quando suono provo gioia e credo che il suonare sia amplificatore di emozioni. È come se in quelle due ore di concerto tirassi fuori tutte le sfaccettature del mio carattere, ogni sfumatura. Il concerto è una specie di catarsi e nel mio caso tiro fuori aggressività e al contempo dolcezza, con dei cambi repentini di scenario emotivo. Forse non è troppo diverso da una seduta di psicoanalis! Io poi non bevo, non fumo, non mi drogo, sono stato sempre uno “Straight edge”, forse perché proprio l’adrenalina che mi sale quando faccio le cose che mi piacciono è superiore a qualsiasi droga che possa esistere”. 

10) Com’è nata l’idea di scrivere il brano “I Cento Passi” con i Modena City Ramblers?

“In certi casi la musica nasce da fascinazioni, input esterni. Ad esempio il brano “I Cento Passi” è nato dopo aver visto l’omonimo film di Marco Tullio Giordana. Molti di noi neanche conoscevano la storia di Peppino Impastato, o perlomeno io non la conoscevo. La visione di questo film che assieme alle altre pellicole di Marco Tullio ritengo capolavoro, ci spinse a scrivere questo brano che poi con nostro sommo piacere è diventato una sorta di simbolo del movimento antimafia. Marco Tullio poi fu estremamente carino con noi e ci permise l’utilizzo del recitato che comincia e chiude il brano”. 

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11) Francesco siamo qui in questa Piazza che porta il tuo nome, in questo Caffè che tra l’altro il nostro Benigni con “La vita è bella” ha fatto conoscere al mondo intero, circondati da Piero della Francesca, Guido Monaco, Cimabue. Il fatto che tu abbia vissuto in un posto cosi rurale e al contempo caratterizzato da questa abbondanza di storia e d’arte può aver condizionato la tua visione del mondo, e per osmosi la tua musica?

“Tantissimo. Viviamo nella regione più bella d’Italia. Più “giro” e più viaggio, più me ne rendo conto. Credo che il nostro humour nostrano, il non prendersi troppo sul serio mi abbia salvato la vita in più di una circostanza. Nella mia testa io rimango sempre quello che è nato e vissuto nel paesaggio che sta dietro le spalle della “Gioconda“.

Avere la propria origine e, per così dire,appartenere ad un posto che negli ultimi cento anni è cambiato poco, ha accentuato in me un senso di rispetto verso il passato e tutta questa estetica assorbita forse senza accorgermene ha influenzato di sicuro il mio suono, la mia creatività: pensa che quando a volte ho registrato in luoghi di una bruttezza agghiacciante riesco a riconoscere, riascoltandomi dal mio playing se mi sono trovato bene o male”.

12) Piani per il futuro ?

“Cd nuovo con i MCR e relativo tour, cd nuovo con La casa del vento (un quadruplo cd live) e relativo tour, sto producendo una band palermitana, i “Nkantu d Aziz” e un cantautore piemontese e vorrei scrivere un libro. Non una biografia da musicista, operazione che di solito si rivela di una noia mortale   “e ho fatto di qui e ho fatto di là“ , ma un vero e proprio romanzo…vedremo…”

13) Il primo vinile che hai comprato?

“Outlandos d‘Amour” dei Police e il Great Hits dei Queen…

Eh già, i Queen. Mi sembra di sentire l’eco del meraviglioso riff che suonavi di “Another One Bites The Dust“ nel Chiostro…poveri Frati!  Alla prossima Fry!”

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Francesca Capaccioli