La storia del fiasco toscano

Simona Grossi

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FIASCO

“Un vaso di vetro, rotondo e corpacciuto, senza piede, con una copertura di erba palustre che cinge il corpo e forma a piè di questo la base…” Ecco come l’ Accademia della Crusca nel 1887 descriveva il fiasco toscano, un recipiente di uso comune ma testimonial di eccellenza nel mondo del vino italiano.

Le prime testimonianze in Toscana si hanno insieme alla nascita e allo sviluppo dell’arte vetraria alla fine del Duecento. In Val d’Elsa ed in Valdarno numerosi mastri vetrai cominciarono a produrre bicchieri e fiaschi e la sua caratteristica forma panciuta si ispirava alla borraccia di acqua che i viaggiatori a cavallo portavano nei loro spostamenti.

Nel Trecento si diffuse la figura del rivestitore di fiaschi, che impiegava un’erba palustre reperita in stagni e acquitrini, chiamata sala o stiancia ed il rivestimento disposto orizzontalmente arrivava fino alla bocca del recipiente.

Nel Rinascimento insigni artisti e personaggi illustri contribuirono a tramandarne la fama. Giovanni Boccaccio lo cita più volte nelle novelle del Decamerone, Leonardo da Vinci e Michelangelo lo elogiano nei loro carteggi, Lorenzo il Magnifico si faceva regolarmente spedire dalla madre Lucrezia fiaschi pieni di vino. Il Botticelli raffigura due grandi fiaschi appoggiati ad un albero nel dipinto del “Banchetto per Nastagio degli Onesti”, ed il Ghirlandaio nell’affresco “La nascita di Giovanni Battista” dipinge un’ancella con due fiaschi legati al polso. Galileo Galilei, fra le altre cose ottimo enologo, scriveva: “ guarda quei fiaschi innanzi che tu bea… son pieni di sì eccellente vino”.

Nel 1574, visto le diverse grandezze dei fiaschi, si definì una misura obbligatoria. Dopo pochi anni, per scongiurare le frequenti frodi fu reso obbligatorio un marchio di piombo sul rivestimento, il cosiddetto Segno pubblico, nato per garantire l’effettiva capienza del recipiente che però non fu sufficiente a tutelarlo: bastava infilare fiaschi nuovi dentro vesti già bollate.

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Tant’è che i ”falsatori di fiaschi” venivano frustati nella pubblica piazza. Ma la truffa era troppo remunerativa perché le pene funzionassero da deterrente. Quindi un decreto del 1629 stabilì l’obbligo di apporre un marchio a caldo ( il Lume di lucerna) sul vetro riproducente la sagoma del giglio di Firenze e l’impagliatura lasciò libero il collo e parte della spalla per consentire di apporre il marchio.

Dal secolo successivo l’impagliatura fu disposta in fasce verticali e per renderlo più resistente e adatto al trasporto, la base fu rinforzata con una “ciambella” di paglia. Grazie a queste continue migliorie il fiasco cominciò ad essere portato alle esposizioni internazionali e campionarie contribuendo a diffondere la sua immagine ad un pubblico sempre più vasto.

Il compito di rivestire i fiaschi con la paglia era affidato alla fiascaia. Figura entrata a pieno titolo nell’albo d’onore dei mestieri eroici al femminile, al pari della mondina. Un lavoro pesante delegato a giovani e madri di famiglia che almeno due volte alla settimana partivano dal paese o dalle campagne con i loro barroccini e si recavano alle vetrerie per prendere i fiaschi ed il materiale per rivestirli lavorando indefessamente a casa sia la sera che la notte e capaci di produrre mediamente dai 40 ai 50 fiaschi al giorno.

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Agli inizi del Novecento il nobile Toscanelli, eletto come deputato, non potendo rinunciare al suo vino se lo faceva spedire. Molti fiaschi, però, dopo il difficile viaggio da Siena a Roma, giungevano vuoti perchè i tappi di sughero non tenevano. Fu così che l’ingegnoso politico pensò ad una modifica rivoluzionaria. La “bocca” del fiasco subì un restringimento del collo per ospitare più tenacemente e senza inconvenienti il tappo di sughero. Nacque così la classica “Toscanella” (dal nome del parlamentare) che è il fiasco nella forma più conosciuta.

Negli anni Trenta, per tutelare l’immagine del fiasco, le aziende vinicole toscane ottennero l’emanazione di una legge che proibiva di esportare all’estero fiaschi vuoti: si era presentito il pericolo che fossero utilizzati senza alcun controllo per contenere vino di scarsa qualità.
Il timore degli imprenditori toscani purtroppo si rivelò esatto: infatti negli anni 60 produttori senza scrupoli iniziarono a commerciare nei fiaschi vino di basso livello, nella convinzione che i consumatori lo avrebbero comprato lo stesso proprio grazie alla confezione.

Da quel momento l’immagine del fiasco cominciò ad essere abbinata all’idea di prodotto scadente, ed il danno fu aggravato ulteriormente quando il rivestimento in paglia fu sostituito dalla plastica. Recentemente, grazie anche al Consorzio del Fiasco Toscano, si è deciso di riproporre al mercato questo contenitore carico di tradizione riportandolo agli antichi fasti. Ed è stato un successo.

Così, malgrado le tante vicissitudini, questo nobile seppur umile contenitore rimane espressione della generosa terra toscana e su una tavola imbandita di prelibatezze, un ottimo bicchiere di vino versato dal suo classico fiasco continua a rimanere un binomio inscindibile.

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Simona Grossi