Il Castello di Sammezzano: storia di una lucida pazzia

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sammezzano1Siamo a trenta chilometri da Firenze, tra Rignano sull’Arno e Incisa, nel comune di Reggello.

Ai piedi della montagna di Vallombrosa, tra gli ulivi che impallidiscono, i colli dell’alto Arno e il nero dei cipressi, si trova un’isola di sequoie e di sempreverdi nordici, rari ed immensi, che ci conducono in cima al colle dove si staglia un castello dal profilo moresco. Parliamo dello storico Castello di Sammezzano, un sogno eccentrico divenuto realtà. Il più importante esempio di architettura orientalista in Italia, un’opera monumentale che volendo riassumere in un sola parola oserei definire “pazza”.

Come molte tenute toscane, anche Sammezzano ha una storia antica. Si dice che le fondamenta della fortezza siano etrusche e che nel 780 vi sostò Carlo Magno con la giovane moglie e il figlio, dopo aver incontrato a Roma papa Adriano I. In epoche più recenti (1605), fu acquistato dalla famiglia Ximenes d’Aragona, passando in eredità nel 1816 ai Panciatichi.

L’aspetto attuale del complesso, un sogno di mattoni, stucchi, maiolica, ceramica e marmi, si deve al marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, che lo concepì, progettò, finanziò e realizzò tra il 1853 e il 1889. La trasformazione della villa seicentesca, durata quasi quarant’anni, diede modo al marchese di sbizzarrire non solo la propria fantasia, ma di scatenare anche gli artigiani toscani al compimento di questo gioiello architettonico.

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Il marchese, nato a Firenze il 10 marzo 1813, geniale e visionario, ebbe un carattere fiero e orgoglioso. Fu, senza aver conseguito nessuna laurea, architetto, ingegnere, botanico, bibliofilo, imprenditore accorto, politico e intellettuale poliedrico. Dalla culla della cultura artistica e letteraria italiana, il profetico, sensibile e appassionato committente, che aveva creduto nell’unità d’Italia combattendo durante i moti del ’48, fuse il suo messaggio nei colori e nelle forme fantasmagoriche del castello. Il risultato è ancora oggi un simbolo di modernità e attualità. Funzione della bellezza e dell’architettura, rapporti tra Oriente e Occidente, decadenza della politica, rivendicazione della libertà e della dignità dell’uomo. In quest’opera si prefigurano la ricerca della comprensione dell’altro, del “diverso”, ovvero del mondo arabo e dell’arte islamica. Il marchese Ximenes d’Aragona ha lasciato in eredità alle future generazioni un messaggio di amore per il lavoro, per l’artigianato di alta qualità, per la creatività, per l’arte e non per ultimo, lo spirito di andare controcorrente.

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Ben 365 sale a scandire i giorni dell’anno: la Sala Bianca, la Galleria, la Sala degli Specchi, l’Ottagono del Fumoir, la Sala dei Pavoni, la Sala dei Gigli, la Sala delle Stalattiti, dei Bacili Spagnoli, degli Amanti, per citarne alcune. A esse fanno da corredo ben 17 camere da letto. Si può ammirare la fantasia di un inesauribile campionario di capitelli, peducci, archi, portali, volte a ventaglio, cupole, pennacchi, grondanti ricami, rivestimenti con arabescate filigrane di gesso. Ogni stanza ha la sua peculiarità, non esiste alcuna ripetizione, se non l’unica incisione posta in vari punti, recante la dicitura “non plus ultra”, a dimostrazione della straordinaria unicità del castello e del suo costruttore. Ai percorsi quasi labirintici sono stati attribuiti significati mistici.

Non mancano inoltre buffe leggende sul marchese e sul castello, oltre ai numerosi riferimenti alle diverse religioni, alla politica e alla letteratura. La ristrutturazione fu completamente eseguita da maestranze del luogo; tutte le decorazioni in cotto che ornano l’edificio, così come gli elementi delle balaustre, gli stucchi e le maioliche dai colori smaglianti, venivano realizzate e cotte in una fornace appositamente costruita nel parco, così da poter gestire ogni particolare e tener d’occhio la cottura del colore.

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Immerso nella luce e nei colori del capolavoro della sua vita, il marchese si occupò anche della piantumazione dell’incantevole parco, uno dei più vasti della Toscana. Ancor oggi possiamo ammirare una quantità di generi esotici e rari, tra cui di particolare rilevanza il gruppo di sequoie giganti: 57 sequoie adulte, alte più di 35 metri, una delle quali con un diametro di circa dieci metri.

Dal 1999  è possibile visitarlo su appuntamento, grazie all’associazione no profit Comitato FPXA 1813-2013Nell’attesa che si realizzi un vero piano di recupero e valorizzazione, per  noi toscani rimane un sogno, che urla a gran voce di poter tornare a vivere al suo massimo splendore.

 

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