L’orgoglio di essere toscani

Alessio Ricci

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Il_Granducato_di_Toscana_nell’ultimo_quarto_del_XVIII_secolo

“Se è cosa difficile essere italiano, difficilissima cosa è l’esser toscani (…)  e non già perché noi toscani siamo migliori o peggiori (…) perché, grazie a Dio, siamo diversi: per qualcosa che è in noi, nella nostra profonda natura (…) Forse perché, quando si tratta d’essere migliori o peggiori degli altri, ci basta di non essere come gli altri…”

(Curzio Malaparte, Maledetti Toscani)

Una certezza attende chi sceglie di visitare la nostra fetta di Paradiso: la simpatia e la benevolenza che i toscani riescono a trasmettere a chi come loro fa della vita un’avventura da non prendere troppo sul serio. La Toscana è unica perché la sua gente lo è, o forse, viceversa, la sua gente è speciale perché la Toscana lo è. Non si può dire con certezza dove cominci la formula segreta di un’unione così intensa e magica come quella che lega un popolo alla sua terra, ma sicuramente in questa regione questo connubio è talmente forte da apparire indissolubile. La toscanità è una condizione dello spirito, un modo di concepire la vita che nel lungo periodo e nella memoria collettiva è diverso, a volte incomprensibile, comunque incomparabile.

Quando si sceglie di tornare – e a volte di rimanere per sempre in Toscana – non lo si decide solo per circondarsi della grande bellezza delle colline, dei monumenti o dei trenta secoli di storia. È spesso “la gente” a fare la differenza: in un mondo che viaggia alla velocità della luce, in terra etrusca si riscopre il gusto della lentezza, si assaggia il piacere del sorriso, si scopre con stupore quanto bene faccia allo spirito una battuta, spesso anche sarcastica, che spezza la monotonia e rimane nei ricordi per sempre.

Treno

Questa diversità antropologica e culturale dei toscani nasce certamente sin dall’epoca etrusca e poi rinvigorita nell’alto medioevo, quando la nostra bella penisola, sotto egemonia per lo più di potenze straniere, aveva un bastione di modernità nei comuni, che raggiunsero il loro massimo splendore proprio nei nostri territori. Mentre il centro Italia era dominato dal giogo papale, qui fiorivano i mestieri e le arti, tanto che in pochi secoli e dopo qualche aspra battaglia (Montaperti, Anghiari, Campaldino) nasceva un’identità di Toscana come popolo.

Da noi trae origine la lingua italiana, grazie ai grandi maestri Dante, Petrarca e Boccaccio. Ciò che era il fiorentino illustre del 1300 oggi è apprezzato, fa parte del paesaggio, è talmente caratterizzato che i turisti amano questo modo di parlare così tipico ed eccezionale, tanto da essere riconosciuto con piacere e ilarità in ogni parte d’Italia. Qui è nato il Rinascimento, un termine che conserva in sé molto dello spirito attuale: essere circondati di bellezza e di storia, essere accomunati ai più grandi personaggi che l’umanità abbia conosciuto rende i toscani orgogliosi al punto da apparire ad un occhio disattento e un po’ sospettoso quasi altezzosi.

Campanilisti in casa, esponenti del Granducato fuori: questa la sintesi ultima delle nostre contraddizioni. il nostro modo di ridere è così diverso, così pungente e sovente così spiazzante e comunque apprezzato da tutti.

Curzio Malaparte
Curzio Malaparte

Nell’epigrafe funebre di un altro grande del Rinascimento –  Pietro L’aretino – vi è scritto: “Qui giace l’Aretin, poeta tosco; di tutti parlò mal, fuorché di Cristo. Scusandosi col dir: non lo conosco!”.

O ancora oltraggiosa e surreale superbia del nostro conterraneo Curzio Malaparte:

“ I Toscani sono civili, non gentili.  Civiltà di modi, e non di voce, di piglio, di tono, di parole. Civiltà, non gentilezza: che son due cose diverse. Non salutano mai per primi nessuno, nemmeno in Paradiso. Dio è già preparato, è lui che viene a salutarti per primo, quand’è il momento, se sei toscano.  I Toscani fanno tutto a misura d’uomo, anche i miracoli dei santi. Non perdono mai di vista la “misura del mondo”, questo è il loro segreto.

 Insomma, ridere dove gli altri sono tentati dal pianto e scherzare anche e soprattutto sopra le nostre debolezze sono la peculiarità e la magia del nostro popolo. Un’altra cosa, tra le tante, da raccontare di ritorno da un viaggio nelle nostre terre.

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Alessio Ricci