Pratolino: custode mediceo di segreti e curiosità

Daniele Angelotti

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Da sempre considerata maestra nell’arte del paesaggio, la Toscana non finisce mai di stupire per località dal fascino irresistibile intrise di storia e curiosità. Per rendersene conto basta visitare quei giardini che, nel corso dei secoli, destarono l’ammirazione di viaggiatori, artisti e letterati.

Tra questi scrigni di meraviglie dove artificio umano e natura si fusero sapientemente, il Parco di Pratolino, detto appunto il “Parco delle Maraviglie”, segnò una tappa importante per quell’utopia del giardino rinascimentale maturata alla corte medicea e poi esportata in tutto l’occidente.

Il complesso fu acquistato nel 1568 da Francesco I de’ Medici che affidò a Bernardo Buontalenti l’incarico di trasformare un’antica tenuta di caccia in un laboratorio a cielo aperto dove celebrare e rappresentare quel pensiero alchemico indagato dal “principe dello studiolo” sin dalla giovane età. Il parco serbava sorprese inaspettate quali il lungo viale degli zampilli, l’anfiteatro degli Antichi, il labirinto e il Monte Parnaso. Misteriosi gruppi scultorei, automi, organi idraulici e giochi d’acqua allietavano le visite di Francesco I e dei suoi illustri ospiti.

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L’acqua proveniente dalle sorgenti del vicino Monte Senario costituiva l’elemento generatore dell’impianto: dalla Vasca di Giove scendeva a quella dell’Appennino proseguendo poi verso valle alimentando peschiere, gamberaie e curiose fontane. Giusto Utens immortalò quel susseguirsi di vasche comunicanti: nella parte bassa del parco, garantivano grandiosi effetti scenici e musicali che oggi è possibile immaginare soltanto grazie agli scritti e ai disegni dei fortunati visitatori di un tempo.

Con la misteriosa morte di Francesco I e di sua moglie Bianca Cappello, iniziò per Pratolino un periodo buio. La villa, così profondamente intrisa della memoria del suo artefice, fu poco frequentata dai suoi successori ad eccezione del figlio di Cosimo III, il Gran Principe Ferdinando e la successiva acquisizione da parte dei Lorena, e poi dei Demidoff, portò all’abbandono di quella visione originaria e alla trasformazione del giardino in parco romantico per opera dell’ingegnere boemo Joseph Frietsch.

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Molte cose andarono distrutte e ciò che resta dell’impianto alchemico costituisce oggi il muto custode di segreti e curiosità. La persistenza più enigmatica è forse l’Appennino del Giambologna che ospitava tre piani di grotte e sale magnifiche da cui era possibile ammirare la piana fiorentina. Il simbolismo che pervadeva il giardino è stato oggetto di accurate ricerche da parte di Costanza Riva, studiosa di alchimia, che, con il suo recente libro “Pratolino – Il sogno alchemico di Francesco I de’ Medici: miti, simboli e allegorie”, guida alla riscoperta di un linguaggio offuscato dal tempo, ma non del tutto perso.

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Daniele Angelotti